Una riflessione sulle procedure di registrazione nel settore degli agrofarmaci potrebbe essere la chiave per dare coerenza, concretezza e una visione strategica all’intera filiera, in un momento in cui l’UE ha giustamente deciso di puntare sulla sostenibilità. L’obiettivo è evitare, da un lato, una contrapposizione tra l’UE e il resto del mondo e, dall’altro, ripercussioni negative sugli agricoltori, in particolare per quanto riguarda la protezione delle colture.
Un prodotto fitosanitario deve essere registrato per poter essere immesso sul mercato. Il processo di registrazione nell’UE, disciplinato dal Regolamento (CE) n. 1107/2009, è uno dei più complessi esistenti: richiede investimenti di milioni di euro e può richiedere fino a sei o sette anni tra la preparazione dei dati e la loro valutazione. Soprattutto, si basa sul principio di precauzione. A differenza di quanto avviene in altri Paesi, infatti, l’UE decide se autorizzare un prodotto fitosanitario considerando non solo il rischio associato all’esposizione, ma anche la sua pericolosità intrinseca, indipendentemente dalla probabilità che tale pericolo si concretizzi. Questo dovrebbe rassicurare i cittadini dell’UE sulla sicurezza dei prodotti registrati e utilizzati in Europa, ma purtroppo non sempre questo aspetto viene compreso.
Lo scorso maggio, la Commissione europea ha pubblicato la strategia “Farm to Fork”, una componente importante del Green Deal europeo, con l’obiettivo di promuovere una produzione alimentare sostenibile. Il nostro settore ne è parte integrante ed è chiamato a garantire prodotti per la protezione delle colture in linea con la stessa strategia. Anche per questi prodotti è necessario predisporre un insieme complesso e completo di studi scientifici, come previsto dal Regolamento (CE) n. 1107/2009, successivamente valutati dalle autorità competenti (EFSA), con il conseguente rallentamento dell’ingresso sul mercato di queste nuove soluzioni. Inoltre, la riduzione dell’uso degli agrofarmaci, uno degli obiettivi della nuova strategia, potrebbe determinare contemporaneamente un aumento dei costi di produzione e una riduzione delle rese, con la conseguenza di una differenza nel costo unitario tra le materie prime prodotte in Europa e quelle prodotte nel resto del mondo. Che cosa fare? Sarebbe opportuno accelerare alcuni processi autorizzativi, senza compromettere la qualità della valutazione, per favorire l’introduzione di innovazioni sostenibili, che potrebbero essere finanziate anche attraverso Next Generation EU. Ciò consentirebbe, in tempi ragionevoli, di garantire alla Comunità europea un ritorno vantaggioso sugli investimenti del Recovery Fund e agli agricoltori europei l’innovazione di cui hanno bisogno.
L’Italia trarrebbe particolare beneficio da questi miglioramenti, proprio per l’unicità della sua agricoltura di qualità, caratterizzata da una notevole varietà di colture e, di conseguenza, di problematiche, comprese quelle legate alle avversità biotiche (malattie fungine, insetti dannosi ecc.), e che necessita quindi di innovazione. I prodotti destinati alla nostra agricoltura comportano elevati costi di registrazione, direttamente proporzionali al numero di colture e di organismi nocivi (infestanti, funghi, insetti dannosi e tutti i patogeni responsabili delle malattie delle colture) che si intendono includere nella registrazione. Tutto ciò rende lo sviluppo di un prodotto destinato alla frutta o agli ortaggi, categorie che comprendono numerose colture, più costoso rispetto a quello di prodotti per mais, colza o cereali, maggiormente diffusi nel Nord Europa.
Nel medio termine è possibile immaginare un’Europa che cerchi di influenzare il resto del mondo attraverso le proprie scelte. Potremmo assistere a uno scenario in cui, da un lato, prevarrà una forte spinta verso tutto ciò che può essere ricondotto al concetto di sostenibilità e, dall’altro, resterà prioritaria la necessità di nutrire una popolazione mondiale in crescita, di dimensioni non paragonabili a quelle europee o occidentali. Si tratta quindi di trovare un equilibrio tra queste due esigenze. Non possiamo ignorare l’esistenza di un mondo che deve produrre alimenti in modo sicuro e in quantità sufficienti: in questo caso non è possibile pensare di risolvere il problema intervenendo sul reddito degli agricoltori, perché la questione riguarda la necessità di nutrire una popolazione. Allo stesso tempo, non possiamo pensare che l’innovazione e lo sviluppo scientifico non possano fornirci gli strumenti necessari per una produzione alimentare sostenibile. Da qui la necessità di affrontare il tema in modo pragmatico e di trovare un equilibrio complessivo.